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Le lacrime di Allah
fausto biloslavo

Ebook

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1.  Quarant'anni a Kabul
13 novembre 2001
Il turbante nero è sforacchiato, intriso di sangue e abbandonato nella polvere. E' l'unico segno visibile della fuga dei talebani dall'umile villaggio, ridotto ad uno spettro dalla guerra, dove sono arrivato marciando assieme ad una delle colonne dei mujaheddin, che hanno scatenato la battaglia per Kabul.
I combattenti anti talebani ammassati sulla vecchia strada asfaltata, che taglia la pianura di Shamalì, diretta come una lancia verso la capitale, sono stati il primo segnale dell'avanzata. I mujaheddin, oltre a tozzi camion militari, hanno sequestrato autobus civili per scagliare sulla prima linea fondamentalista settemila uomini. Fin dal primo mattino colonne di carri armati avanzano rumorosamente ed i miliziani che spuntano dalla torretta sorridono, alzando il pollice verso l'alto in segno di vittoria, ancora prima di iniziare a tirare cannonate. Ai bordi della strada, i lanciarazzi multipli, eredi dei famigerati organi di Stalin, vomitano una valanga d'acciaio sulle postazioni talebane, che ogni tanto rispondono al fuoco.
Nell'area di Rabat, trenta chilometri a nord di Kabul, le truppe si incolonnano a piedi, in lunghe file indiane, dirette alla prima linea. Mi accodo a quattrocento mujhaeddin del comandante Abdul Basir Salanghì, un simpatico tagliagole che ama l'Italia dove ha dei parenti rifugiati. Barbetta curata, quarant'anni ben portati, occhi azzurri di ghiaccio e orologio d'oro al polso, ha una storia incredibile alle spalle. Il suo cognome ha origine dal territorio attorno allo strategico passo di Salang, che taglia in due il paese, dove Basir è il "rais", una specie di capopopolo locale.
Un paio d'anni fa divenne storico il suo voltafaccia quando proclamò pubblicamente: "Sono un talebano". I dignitari fondamentalisti corsero ad abbracciarlo e lui fece passare le loro truppe. Poi ricevette una telefonata del leader carismatico dei mujaheddin, Ahmad Shah Massoud, sul satellitare che si porta sempre appresso, anche in prima linea. Nello spazio di una notte cambiò di nuovo bandiera ridiventando mujahed e facendo sgozzare centinaia, se non migliaia, di ignari talebani.
La sua piccola armata Brancaleone, calata dai monti per la battaglia di Kabul, è come sempre variopinta. In gran parte tagliagole, come il loro capo, che indossano le tuniche tipiche di queste parti, pochi possiedono un'uniforme e alcuni calzano scarpe da ginnastica. Turbanti verdi e bianchi si mescolano al pacul, il copricapo di lana a ciambella delle genti dell'Afghanistan del nord. Mohammad Yahya, veterano di settant'anni è ancora pronto a mille battaglie e con la sua barbetta grigia, il fisico asciutto ed il tazbè, il rosario musulmano che tiene attorno al collo, sembra più in gamba dei giovani con il kalaschnikov a tracolla. Il più piccolo è Maroof, tredici anni, occhioni da bambino, con una coperta arrotolata sulle spalle che porta come uno zaino ed un fucile mitragliatore dal quale non si separa mai.
La colonna Brancaleone sbaglia strada rischiando di finire in un campo minato, ma nulla sembra turbare i miliziani e tantomeno gli sporadici colpi di mortaio dei talebani. Nella marcia verso le prime linee fondamentaliste passiamo vicino ad una casa dove tre strani personaggi, appostati sul tetto, osservano lo sviluppo delle operazioni con dei binocoli simili a telescopi. Dall'abbigliamento vogliono apparire come giornalisti, ma uno ha i capelli a spazzola e un giubbotto antischegge militare. Sono i consiglieri americani, che coordinano da terra l'appoggio aereo alleato all'avanzata su Kabul dei mujaheddin.
Nel frattempo sul fianco destro della vallata di Shamalì si scatena una battaglia fra carri armati, con i tank antitalebani che avanzano eruttando fiammate ad ogni cannonata. Il comandante Salanghì, con un paio di occhiali da sole di tendenza, arringa i pochi giornalisti presenti: "Alle 12 arriveranno i B52 a darci una mano e poi scatteremo all'attacco per sfondare le linee dei terroristi". Pochi minuti dopo i bombardieri d'alta quota americani si presentano puntuali e scaricano una valanga di bombe sulla prima linea. I mujaheddin avanzano lungo una strada polverosa, mentre i caccia bombardieri FA18 picchiano sopra le nostre teste. A più riprese polverizzano con precisione delle postazioni talebane a soli trecento metri dalla colonna di mujaheddin in marcia, aprendo la strada ai miliziani. La resistenza talebana appare debole, tartassata anche dall'artiglieria, mentre i carri armati del comandante Haji Almas sfondano le linee sul fianco destro della vallata.
Ai mujaheddin di Salanghì toccherà invece l'osso duro, ma prima della battaglia si fermano seduti per terra, al coperto di un muretto, a mangiare. Divido con loro patate bollite, una cipolla e una fetta di nan, il pane piatto che si prepara da queste parti.
Subito dopo ci si rimette in marcia preceduti da un carro armato T62 russo, del quale bisogna seguire le tracce cingolate per evitare di saltare su una mina.
La prima linea di difesa talebana, dove è rimasto il turbante nero insanguinato, sembra abbandonata, ma ben presto il villaggio spettrale si rivela una maledetta trappola. Il primo colpo di mortaio si schianta fragorosamente a cinquanta metri da noi, mentre il carro armato avanza cercando una posizione per far fuoco. I talebani cominciano a sparare con le mitragliatrici pesanti ed i proiettili fischiano da tutte le parti. Torno indietro di corsa, ansimando, assieme al collega inglese del quotidiano Mirror, Gary Jones, ma i colpi di mortaio sembrano inseguirci ed il nostro unico riparo sono i muretti di fango ai lati della strada polverosa. I proiettili ne infrangono la sommità e le scintille rossastre dei traccianti ci esplodono davanti agli occhi, come se le pallottole stessero cercando proprio noi. Lo spostamento d'aria di un colpo di mortaio, caduto pericolosamente vicino, ci fa sobbalzare. Lo stridore sinistro della granata, che si schianta in mille schegge, è una scossa che ti fa venire i brividi. Nel caos totale appare Salanghì, attorniato da un nugolo di miliziani, con un ampio sorriso dipinto sulle labbra. I talebani continuano a resistere, ma lui avanza spavaldo senza spostarsi di un millimetro davanti ai proiettili del nemico, che sibilano tutt'attorno. Ci guarda con scherno e mi torna alla mente quando mi confidò, ben prima dell'avanzata su Kabul, che aveva partecipato a battaglie peggiori.
Lo vedo scomparire nel fumo, incitando i suoi, come un condottiero d'altri tempi per cui morire in battaglia è un onore. Pochi minuti dopo una decina di bombe di un B52 spazza via le ultime postazioni  talebane, con un boato impressionante, mentre alte colonne di fumo nerastro si alzano verso il cielo. Nel raggio di un chilometro è l'inferno.
Durante la battaglia, la pallottola di un cecchino colpisce il giubbotto antiproiettile del fotografo italiano Marco Di Lauro. Per fortuna il colpo ne infrange la piastra in ceramica senza penetrargli la schiena, lasciandolo sotto shock, ma illeso.
Non è stato così fortunato un mujahed che incrociamo, portato a spalle dai suoi compagni insanguinato e privo di conoscenza. La gamba sinistra, sotto il ginocchio, è stata portata via di netto da una mina. Gary, il giornalista inglese, usa il suo foulard per tentare di bloccare l'emorragia, ma probabilmente non servirà a salvarlo.
Delle postazioni talebane resta intatto solo un bunker, circondato da trincee, che sembra abbandonato in tutta fretta. La teiera è ancora sul fuoco ed una mitragliatrice con dei nastri di munizioni rimane puntata in direzione dell'avanzata del nemico. I mujaheddin fanno razzia di materassi e cuscini trovati nel bunker, mentre in cielo esplodono colpi di bazooka come fiocchi neri. E' il segnale che le postazioni sono state conquistate o che i fondamentalisti si stanno arrendendo. L'avanzata ha fatto almeno settecento prigionieri e si è spinta fino a Kalakan, conquistando dieci chilometri di strada verso la capitale. Al calare del buio i mujaheddin sparano in aria raffiche di traccianti rossi in segno di giubilo, ma la battaglia per Kabul continua.

KABUL E' LIBERA
Durante la notte l'attacco non si ferma ed il mattino dopo un tiepido sole accoglie i vincitori alle porte della capitale afghana. I camion stracarichi di mujaheddin, armati fino ai denti, corrono a tutta velocità verso il centro di Kabul abbandonata dai talebani con il favore del buio. I miliziani in mimetica verde alzano il pugno chiuso verso il cielo in segno di vittoria. Una colorata marea di gente che a piedi, in uno slancio spontaneo, si è incamminata verso le porte della capitale, accoglie festosamente i nuovi conquistatori inneggiando ad Allah. Sono tutti uomini, perchè le donne restano ancora nascoste sotto il  burqa, il sudario turchese che le copre dalla testa ai piedi. Molti hanno la barba della misura d'ordinanza prescritta dai talebani, ma sembrano essersi trasformati tutti in mujaheddin nello spazio di un mattino.
Guardo la data sull'orologio: oggi, 13 novembre, compio quarant'anni. Nelle settimane precedenti avevo scherzato con i colleghi scommettendo sul giorno in cui i mujaheddin sarebbero entrati a Kabul. La mia puntata era ovviamente su quel 13 novembre, ma in fondo non ci credevo. Invece il destino ha voluto che proprio per il mio compleanno entrassi per primo, fra i giornalisti italiani, nella Kabul liberata, assieme all'inviato di Panorama Giovanni Porzio. Nonostante il momento convulso i colleghi inglesi hanno trovato il tempo di regalarmi un barattolo di olive, trovate chissà dove, che diventano una primizia in un paese dove si mangia soprattutto riso e montone.
L'immagine che colpisce, della capitale afghana, abbandonata dai talebani, è una festa di popolo con bambini che guardano incuriositi i miliziani del fronte antifondamentalista. Per l'occasione uno dei mujaheddin ha infilato un fiore giallo nella canna del suo fucile, ma pochi chilometri alle sue spalle la spietata battaglia per la presa di Kabul ha lasciato in mezzo alla strada i cadaveri di cinque talebani. Durante la ritirata il loro mezzo deve essere andato in panne e hanno proseguito a piedi, ma sono stati raggiunti dalla colonna dei mujaheddin che avanzava, travolgendo qualsiasi resistenza. Li hanno falciati a raffiche di mitra ed il barbone rossastro del capoccia si confonde con il sangue sparso dappertutto. Uno dei fondamentalisti deve aver tentato un'inutile fuga, ma è stato massacrato una cinquantina di metri più in là. D'altro canto la corsa dei mujaheddin verso Kabul è stata folgorante, grazie all'intervento dei bombardieri d'alta quota americani, che hanno fatto terra bruciata delle difese talebane lungo trenta chilometri. Percorrendo l'unica strada che porta alla capitale, il bordo della carreggiata è disseminato dei giganteschi crateri provocati dalle bombe alleate. In alcuni villaggi tenuti dai talebani, come Qarabag, non si vede una sola casa in piedi. Le difese fondamentaliste sono state spazzate vie in un diluvio di fuoco. L'unico segno di anima viva sono i carristi dei mujaheddin, che puntano i cannoni dei loro tank verso le montagne circostanti, segno che qualche reparto non si è ancora arreso.
Attraversando questo ambiente surreale sono arrivato al passo di Khairkhanà, alle porte di Kabul, dove il generale Afzal Aman ha schierato i suoi blindati in mezzo alla strada. La folla che arriva dalla capitale sfonda pacificamente la barriera, ma i giornalisti devono proseguire a piedi mescolandosi con la gente. C'è chi ti osserva stupito, chi ti ringrazia a nome del popolo afghano e chi vuole farsi intervistare per denunciare le nefandezze dei talebani. Sullo sfondo si vedono le prime case della periferia e dopo qualche chilometro percorso con lo zaino in spalle, trovo i caratteristici taxi gialli e bianchi della capitale.
La gente sembra uscita dalle case, come i cristiani dalle catacombe in una città che ha il solito aspetto spettrale e polveroso provocato dalle violenze subite durante 23 anni di guerre.
"Grazie ad Allah siamo finalmente libere" proclama da dietro la grata in stoffa del burqa, Zia Gul, un'afghana di quarant'anni, che ora può passeggiare da sola per le vie di Kabul senza talebani. Fino a 48 ore fa, per poter uscire, doveva stare qualche passo indietro, rispetto al marito o un parente maschio della famiglia. La donna è coperta dalla testa ai piedi dal burqa color turchese, finemente ricamato, come quello della figlia che le sta accanto. La giovane, che nasconde sotto il sudario un bambino appena nato, non osa aprire bocca, ma Zia Gul ha voglia di sfogarsi. "Sono vedova di guerra, ho sei figli sulle spalle e con i talebani non potevo neanche lavorare - sbotta la signora afghana - I mujaheddin sono pur sempre bravi musulmani e quindi penso che la situazione migliorerà". Le intravedo gli occhi vivi e le mani che spuntano dal burqa, con le unghie laccate, ma di togliersi il sudario che la fa apparire un fantasma non se ne parla. "Abbiamo fatto l'abitudine e poi è meglio così...., con tutti questi uomini in giro" spiega seriamente la donna, che si è avventurata nel principale bazar di Kabul. Poco più in là, accovacciata su un ponte, che supera un grande canale, c'è un'altra donna ancor più sfortunata, che chiede la carità. "Ne ho prese tante dai talebani, che a frustate volevano obbligarmi a restare a casa perchè non era bello vedermi mendicare per strada" spiega la povera disgraziata. Suo marito è cieco e lei tira avanti la famiglia con i soldi dei passanti.
In città gli effetti dei pesanti bombardamenti alleati sembrano mirati a comandi, stazioni radio e basi militari ridotti, in alcuni casi, ad un cumulo di macerie. Tutti giurano che i talebani sono scappati come ladri, nella notte, sgraffignando milioni di dollari dalle casse del disastrato stato e dalla borsa di Kabul, che sopravviveva grazie ad affari loschi ed investimenti di capitali arabi. Del vuoto di potere ne hanno approfittato anche i prigionieri del penitenziario di Pul i Charkhi, alla periferia della capitale, fuggiti in massa. Per evitare un'ulteriore anarchia i mujaheddin, fin dal primo mattino, hanno preso il controllo dei ministeri e piantonato i principali crocevia con dei posti di blocco. L'unico ministero che hanno ignorato è quello della polizia religiosa per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio. Salim Haqqani, il plenipotenziario degli agenti ligi al Corano, ha chiuso la porta del suo bel ufficio con divani, poltrone ed un lussuoso telefono con un semplice lucchetto, nella speranza di tornare presto.

NESSUNA PIETA' PER I PRETORIANI DI BIN LADEN
A Kabul qualche fondamentalista, però, è rimasto tagliato fuori, forse ignaro dell'improvvisa fuga o deciso a morire nel nome della guerra islamica. I primi corpi di arabi e pakistani li trovo riversi in una fogna a cielo aperto nel parco di Shar i Nau, nel centro della capitale. La folla li osserva con disprezzo, un padre di famiglia ha portato il bambino di dieci anni a vedere "dushman", il nemico ucciso, e qualcuno osa pure frugare nelle tasche dei giubbotti mimetici in cerca di denaro. All'alba quando i mujaheddin stavano entrando in città i combattenti stranieri si sono arrampicati sugli alberi, non si capisce bene se per nascondersi o prendere a fucilate il nemico. In poco tempo sono stati catturati e hanno fatto una brutta fine. Un pakistano del Punjab, sui 35 anni, ha ancora del filo di ferro attorno al collo con il quale deve essere stato strangolato, altri presentano segni di tortura e colpi di arma da fuoco in testa sparati a distanza ravvicinata, come se fosse stata un'esecuzione. Tutti hanno infilato in bocca, nelle narici o nel cranio fracassato delle banconote di afghanì, la valuta locale: un segno del disprezzo dei mujaheddin verso i volontari stranieri schierati nelle truppe talebane, che vengono considerati dei mercenari al soldo di Osama bin Laden.
Dell'altro gruppo di sfortunati talebani, che non è riuscito a fuggire in tempo, resta solo un ammasso di carne bruciata qualche isolato più in là. Il loro fuoristrada dev'essere stato centrato in pieno da un colpo di bazooka dei mujaheddin ed i corpi sono stati sbalzati verso un muretto. Sul mezzo ridotto ad un tizzone nerastro infieriscono dei bambini, che tentano di fracassare quello che resta dell'abitacolo ballando una specie di danza macabra.
Gli afghani covano la vendetta a lungo, ma a spiegarmi cosa significa per loro lavare i torti con il sangue ci aveva pensato poche settimane prima Khadimuddin, un giovane comandante dall'animo nobile. Ama i fiori e nel disastro della guerra è riuscito a ritagliarsi una serra, dove svolazza un canarino giallo, ammaestrato dal suo padrone. "E' bravo, ma non potrà mai sostituire il ricordo del mio preferito " mi spiegò Khadimuddin facendo atterrare il canarino sul suo dito. L'uccellino precedente era stato mangiato da un gatto penetrato furtivamente nella serra. Il fattaccio avvenne all'una di notte, ma i mujaheddin di guardia svegliarono subito il comandante per dargli la brutta notizia. Khadamuddin ordinò di catturare due gatti, che gli vennero ben presto portati legati come salami. Il giovane comandante dall'animo nobile prese una tanica di benzina, la versò sugli animali e li diede fuoco.
Sbalordito non sapevo cosa replicare a parte chiedergli perchè due gatti per un solo canarino? Mi diede una risposta che gli sembrava ovvia: "Per vendetta". 
Oltre ai regolamenti di conti nella Kabul liberata ci si toglie altri sfizi. Amin ha un barbone nero, di lunghezza prevista dagli editti del moullah Omar leader dei fondamentalisti. Appena ci vede si avvicina stringendosi la barba con la mano: "Vedi è lunga un palmo e per farla crescere evitando punizioni corporali ho dovuto attendere cinque anni. Vi giuro che vado a radermela davanti al ministero della polizia religiosa, che mi ha costretto a questo assurdo obbligo". Non a a caso i barbieri hanno avuto un gran daffare a cancellare o spuntare di molto le barbe da ladroni, che gli abitanti della capitale erano costretti a farsi crescere.
Piccole folle si raccolgono attorno ai reparti dei mujaheddin, appena arrivati, o davanti ai corpi dei volontari stranieri della guerra islamica abbandonati per le strade. Un civile esagitato tira fuori dal giubbotto alcuni pacul, i tipici copricapi di lana a forma di ciambella usati dai mujaheddin del nord. "Li vedete? I bastardi terroristi stavano buttando via i turbanti per usare questi e spacciarsi per antitalebani nella speranza di fuggire - spiega l'anonimo abitante di Kabul - C' ho pensato io con una di queste....." E dalla tasca spunta una bomba a mano.
Ahmad Shaker, uno studente di vent'anni, con il tono di voce eccitato dagli avvenimenti, è convinto "che gli afghani sono felici in un giorno di festa come questo, perché sperano in un futuro migliore". Tutti auspicano che sia l'ultima conquista di Kabul e sono convinti che la comunità internazionale stia arrivando in loro soccorso. Al di là della guerra il problema principale è come sbarcare il lunario, soprattutto riuscire a mangiare ogni giorno.
Grazie alla proverbiale curiosità afghana sono in molti ad avvicinarsi, appena vedono un taccuino da giornalista, tentando di spiegarti qualcosa in un inglese stentato. Il messaggio comunque è sempre lo stesso: "Ringrazio il presidente Bush e Tony Blair per aver bombardato i terroristi, che disonorano il nostro paese". Una variante sul tema è: "Bin Laden, se proprio vuole vada a combattere la sua guerra privata a casa propria, in Arabia Saudita".
Mohammed Ahmed, barba bianca da saggio ed ex insegnante, ha una visione più pacata e attenta della situazione. "Speriamo che i mujaheddin aprano le braccia ad un governo di larga coalizione, che rappresenti veramente tutti. - osserva - Il rombo dei B52 non era certo piacevole da sentire sopra le nostre teste, ma abbiamo sopportato anche i bombardamenti. Peccato che il mondo si sia accorto troppo tardi del baratro in cui è caduto l'Aghanistan". Quando parla la piccola folla che ci circonda ascolta in riverito silenzio, anche se la maggiorparte non capisce il senso del discorso.
I saccheggi sono avvenuti in maniera discreta e mirata nelle piccole basi, simili ad ostelli degli arabi o nelle dimore abbandonate dei comandanti talebani più in vista. Nelle basi i mujaheddin hanno messo tutto a soqquadro portando via anche i tappeti inchiodati per terra, come una moquette. Nelle abitazioni agiscono delle pattuglie addette alla razzia, che bloccano la strada per evitare occhi indiscreti e caricano tutto quello che trovano sui mezzi militari.
A parte questi episodi, Kabul è caduta senza colpo ferire e già nel pomeriggio circolano per le strade dei pullman stracarichi di giovani, che cantano a squarciagola tutti i motivi che i talebani avevano proibito con tanto di editto islamico. A dare il via ai cori ci ha pensato Radio Shariat, oramai ex voce del moullah Omar. I mujaheddin hanno mandato in onda le canzoni mielose, ma amate dagli afghani di Farhad Darya in esilio negli Stati Uniti dopo essere stato messo al bando dai talebani.
Un aspetto toccante della conquista di Kabul è il rientro degli esuli nelle proprie case. Il mio interprete, che si chiama Dost, è tornato finalmente a dormire nel suo letto, dopo che l'abitazione era finita nella mani di un parente talebano, ora fuggito verso sud. Il funzionario governativo Mir Dad Panjshiri, che non vedeva Kabul da cinque anni, è scoppiato a piangere come un bambino quando ha raggiunto le porte della città. Completamente sbarbato e con in testa il pacul è arrivato in centro a bordo di una jeep russa. Sul parabrezza ha un grande ritratto di Ahmad Shah Massoud, il compianto leader dei mujaheddin ucciso in un attentato suicida ordito da Osama bin Laden. Quando la gente lo vede cerca un fiore o una caramella da mettere sul cofano, sotto il volto di Massoud, martire della resistenza afghana.

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